Skip to main content
Home » Lettere dal Kenya: il diario di un volontario del Cottolengo

Lettere dal Kenya: il diario di un volontario del Cottolengo

Africa, Kenya
Caro amico...

Prima della partenza

vi scrivo questa lettera la sera prima di partire, con la valigia ancora aperta sul letto e la testa piena di pensieri, come promesso nell’ultima riunione in Piccola Casa: vi terrò aggiornati passo dopo passo, per chi resta qui e per chi magari si sta già chiedendo se partire l’anno prossimo. Domani all’alba prendo il pullman per Malpensa insieme a Giulia, Marco e Suor Teresa, che guida il nostro piccolo gruppo, e da lì il volo per Nairobi. È la prima volta che lascio l’Europa, la prima volta che vado in Africa, e non vi nascondo che ho un groppo in gola misto di paura e di gioia.

In questi ultimi due mesi, alla Piccola Casa abbiamo fatto gli incontri di preparazione con Don Roberto e con chi tra voi è già stato a Kariobangi l’anno scorso — grazie ancora per tutti i consigli. Ci hanno raccontato di Nyumbani ya Upendo, la casa che le nostre suore gestiscono insieme al personale locale: un luogo che accoglie bambini orfani e bambini con disabilità, molti dei quali abbandonati perché nessuno sapeva come prendersene cura. Ci hanno mostrato le foto, ci hanno insegnato qualche parola di swahili, ci hanno detto che troveremo tanta povertà ma anche una gioia che qui in Italia raramente incontriamo. Non vedo l’ora di scoprire se è vero, e allo stesso tempo ho paura di non essere all’altezza.

Ho preparato lo zaino seguendo la lista mille volte: repellente per zanzare, antimalarici, i quaderni e le matite colorate che avete raccolto durante la colletta di aprile, il pallone che qualcuno di voi ha lasciato nello sgabuzzino della sede, e la foto del nostro gruppo scattata l’ultima sera di formazione, che Suor Teresa ci ha consigliato di portare “per non sentirsi mai troppo soli”. Grazie di cuore per tutto quello che avete messo insieme per questa missione.

Questa mattina sono passato in cappella a salutare il Cottolengo, come si fa sempre prima delle cose importanti. Ho pregato per tutti voi, per i miei compagni di viaggio, e per i bambini che ancora non conosco ma che tra due giorni avranno un nome e un viso. Il parroco ci ha dato la benedizione di partenza domenica scorsa, davanti a tutto il gruppo, e ci ha detto una frase che continuo a ripetermi: “Non andate per portare qualcosa che voi avete e loro non hanno. Andate per imparare a guardare con occhi nuovi.” Spero che riusciremo a raccontarvelo bene, quando torneremo.

Vi scriverò appena potrò, anche se Suor Teresa dice che la connessione a Kariobangi va e viene come vuole lei. Non preoccupatevi se passa qualche giorno senza notizie: vuol dire solo che sto lavorando, o che sto giocando a pallone con qualche bambino che mi ha appena battuto. Appena posso, mando qualche foto da girare anche a chi non è nella nostra chat.

Grazie per il sostegno di questi mesi di preparazione, per le donazioni raccolte, e per le preghiere che so mi accompagneranno. Ci si sente presto.

Durante il viaggio

scrivo questa lettera seduto sul gradino fuori dal dormitorio dei bambini, con la luce che se ne va velocissima come succede qui all’equatore, e il generatore che ronza in sottofondo perché la corrente elettrica è saltata di nuovo verso le sei. Sono passati dodici giorni da quando siamo arrivati e mi sembra già un’altra vita, nel senso migliore possibile. Volevo scrivere a tutti voi insieme, così chi è di turno può leggerla in riunione e farla girare anche a chi non è in chat.

Le giornate a Nyumbani ya Upendo cominciano presto: alle sei la sveglia, alle sei e mezza la messa con le suore e il personale, poi la colazione con il chai e l’ugali, e subito dopo si comincia con i bambini. Io e Marco ci occupiamo soprattutto della fisioterapia di base e dei giochi motori per i più piccoli, mentre Giulia aiuta nella scuola materna. Non pensavo che una mattinata potesse essere così faticosa e così bella allo stesso tempo.

Voglio raccontarvi di Brian. Ha nove anni, la paralisi cerebrale gli rende difficile camminare e parlare, ma ha un sorriso che illumina tutta la stanza. I primi giorni non voleva che lo toccassi, si irrigidiva e piangeva. Ieri, dopo undici giorni di esercizi fatti insieme con calma, senza fretta, ha fatto tre passi da solo tenendosi al corrimano che abbiamo sistemato nel cortile, e mi ha guardato ridendo come per dire “hai visto?”. Suor Teresa, che lavora qui da vent’anni, mi ha detto che momenti così sono il motivo per cui non è mai più tornata a vivere stabilmente in Italia. Adesso capisco cosa intendeva.

Non è tutto facile, sia chiaro. L’acqua manca spesso, il caldo di mezzogiorno è pesante, e certe storie che i bambini si portano dietro sono difficili da ascoltare senza che ti si stringa lo stomaco. Faith, che ha sei anni, è arrivata qui due mesi fa dopo che la sua famiglia non riusciva più a occuparsi di lei: non parla quasi mai, ma da una settimana viene a sedersi vicino a me ogni sera, senza dire nulla, e mi prende la mano. Non serve altro.

La sera, quando i bambini dormono, noi volontari ci ritroviamo con le suore per pregare insieme e raccontarci la giornata. È il momento che preferisco: si ride, a volte si piange, e capisco sempre più chiaramente cosa intendeva Don Roberto quando diceva di venire qui “per imparare a guardare con occhi nuovi”. Non sono venuto a salvare nessuno. Se mai qualcosa viene salvato, in questi giorni, credo sia un pezzetto di me.

Vi penso spesso, più di quanto pensassi che avrei fatto. Portate pazienza se le lettere sono corte e sporadiche: qui il tempo si misura in modo diverso, e ogni minuto libero finisce per essere per i bambini, non per la scrivania. E per chi tra voi sta valutando di venire alla prossima missione: fatelo, è dura ma vale ogni singola giornata.

Il ritorno

sono a casa da una settimana e mi rendo conto solo adesso di non avervi ancora scritto una lettera vera, dopo tutte quelle mandate dal Kenya. Forse avevo bisogno di questi giorni di silenzio per capire cosa raccontarvi, perché tornare non è stato semplice come pensavo, e volevo scrivervi qualcosa di più pensato di un messaggio veloce in chat.

Il primo giorno mi sono ritrovato al supermercato sotto casa, davanti allo scaffale dell’acqua minerale, e sono rimasto fermo a lungo a pensare a quanto sia diverso il rapporto che abbiamo qui con le cose che a Kariobangi si contano una a una. Non è un rimprovero verso nessuno, è solo che per qualche giorno tutto qui mi è sembrato stranamente silenzioso e stranamente pieno, tutto insieme. Don Roberto mi ha detto che si chiama “shock da rientro” e che è normale, che capita quasi a tutti quelli che tornano da un’esperienza così — immagino che qualcuno di voi lo conosca già.

Volevo raccontarvi come è finito il nostro tempo là, per chi non l’ha ancora sentito. Brian, il bambino di cui vi ho scritto, il giorno prima della partenza ha fatto tutto il giro del cortile da solo, tenendosi al corrimano, e alla fine si è fermato davanti a me a battere le mani, orgogliosissimo. Ho pianto, senza vergognarmene, e Suor Teresa mi ha abbracciato dicendomi che quel corrimano resterà lì, e che continueranno gli esercizi anche dopo che saremo ripartiti tutti. Faith, la sera prima di salutarci, mi ha detto la prima parola che le ho sentito dire in tre settimane: il mio nome. Non lo dimenticherò mai finché vivo.

Ho deciso alcune cose, in queste settimane di rientro, e volevo condividerle con voi prima ancora che con chiunque altro. Ho chiesto informazioni alla Piccola Casa per diventare sostenitore a distanza di Faith, così potremo seguire il suo percorso anche da qui, e magari il gruppo potrebbe pensare a un’adozione a distanza collettiva per altri bambini di Nyumbani ya Upendo. Ho già iniziato a parlare con Don Roberto della prossima missione, l’anno prossimo, e questa volta vorrei restare un mese invece di tre settimane: se qualcuno di voi vuole venire con me, questa è l’occasione buona per iscriversi.

Grazie per il sostegno di tutti questi mesi, per le lettere e i messaggi che mi avete mandato mentre ero là, e per l’accoglienza in questi giorni di rientro un po’ storditi. Ne parliamo con calma al prossimo incontro del gruppo, giovedì: porto tantissime foto da mostrarvi, e una in particolare — Brian che cammina da solo lungo il corrimano — che vorrei appendere in sede, vicino alla mappa delle nostre missioni.

A presto, con affetto,

Alessio

Leggi altre storie

Le esperienze dei volontari diventano parole da custodire e condividere con chi sta per iniziare il proprio viaggio

Articolo 3

Aenean eleifend ante maecenas pulvinar montes lorem et pede dis dolor pretium donec dictum. Vici consequat justo enim. Venenatis eget adipiscing luctus lorem.

Articolo 2

Aenean eleifend ante maecenas pulvinar montes lorem et pede dis dolor pretium donec dictum. Vici consequat justo enim. Venenatis eget adipiscing luctus lorem.

Il tuo viaggio può cominciare da qui.

Conosci le opportunità di volontariato e le missioni cottolenghine: scrivici per capire insieme da dove partire.

Caro amico è l'iniziativa editoriale del Volontariato Cottolenghino: tre lettere per custodire e condividere l'esperienza della missione.

Contatti
missiocotto@cottlengo.org
cottolengo.org